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“Si era nella seconda metà di ottobre, già c’era in giro l’atmosfera della festa dei Morti i cui dolci riempivano le vetrine delle pasticcerie di via Etnea. Accanto ai pesanti frutti di marzapane che raffiguravano mele, susine, cipolle e fichidindia dipinti con colori accesi e lustri, biancheggiavano le “ossa di morto” sulle loro piccole basi scure fatte di una pasta gustosa e un po’ morbida mentre le parti superiori scricchiolava sotto i denti frantumandosi come calce secca. Le antiche formelle di coccio smaltato dalle quali erano ricavati quei dolci riproducevano mazzetti di fiori e oggettini informi e misteriosi; alcuni raffiguravano piccole tibie, scheletrini e graziosi teschi il cui corpo era avvolto nel lenzuolo come venivano descritti ai bambini i “morti” nell’atto di aggirarsi nelle case la notte del 2 Novembre per nascondervi i doni destinati a loro che la mattina dopo li avrebbero cercato con il cuore in gola. Faceva un certo effetto mangiare quei dolci proprio in quella ricorrenza quasi che si volesse festeggiare la celebrazione dei defunti divorandone simbolicamente i resti. Ma i bambini non ci facevano caso affezionati ai buoni morti che celavano sotto i lenzuoli piccoli schioppi di latta, tricicli, bambole.”
Tratto da Ercole Patti – Un Bellissimo Novembre -

Chaucer in Poesia e Sonno sottolinea la sua impossibilità nell’addormentarsi pur avendo un cuore libero e una mente senza affanni… beh per due notti, quella del dieci dicembre e dell’undici dicembre, questa difficoltà ha colto il gruppo di manifestanti provenienti da Catania verso Roma e non per problemi ideologici, certamente no, ma per Treni Italia e il suo trasporto autorizzato di passeggeri come deportati… ma questa è un’altra storia!
Il gruppo di Catania, dicevo, si è mosso per testimoniare la volontà di aderire allo sciopero indetto dalla FLCGIL nazionale e ha chiamato a raccolta i lavoratori della conoscenza e i lavoratori del pubblico impiego.
Ecco la cronaca d’un treno sempre più fatiscente e di motivazioni, sempre più forti, e di un Governo che gioca a rimpiattino con il futuro di un popolo tanto acclamato ed evidenziato ma tanto, tanto dimenticato.
Ma, andiamo per ordine.
Le motivazioni di sciopero sono note e spesso sotto gli occhi di tutta la Nazione… tagli non proporzionati alle reali esigenze, riduzioni e accorpamenti, anche di classi di concorso, fantasiose e inefficaci e un’intolleranza specifica verso il mondo della cultura, della conoscenza che tanto disturba chi vuole rifornire la socialità di slogan e messaggi subliminali, da bravi pubblicitari, dove ciò che si vende è il packaging – tecnicamente la confezione – dimenticando, di fatto, il contenuto.
Già i contenuti dall’alto perorati come significativi ma rosicchiati dalle fattive disposizioni sul campo, dalle disposizioni in finanziaria non coperte economicamente e dalla volontà di allontanare i bisogni del pubblico con velleità da gossip e per coprire il vero utilizzo della funzione legislativa impegnata, oberata, vessata nella risoluzione d’un mondo a due corsie, quella di chi può e per dirlo alla Litterio (personaggio creato da un noto attore siciliano) “Cà c’ha fa troppu forti!!” e coloro che come armi hanno i fatti, lo studio e tecniche di sopravvivenza tali da farci un libro o magari avere una menzione – non la minzione che viene esercitata quotidianamente dalle forze governative sul mondo del lavoro – da Nobel per la sopravvivenza: i precari.

E si va avanti così fra manifestazioni, un popolo romano stanco “d’ospitare” fiumi di persone – i parlamentari però non gli pesano! – e settori vari e variegate aree di gente sempre più distrutta affossata, insultata da questa classe dirigente che parla per colpire e non per agire, che ostenta la cultura del Marchese Onofrio del Grillo e che rende disuguali qualsiasi individuo su qualsiasi piano, anche religiosamente parlando.
Ercole Patti con “Un Bellissimo Novembre” mi ha fatto compagnia all’inizio del mio viaggio ma a distogliere lo sguardo dalla mia lettura ho incontrato un bagno di socialità e d’umanità, di uomini e donne con medesimi ideali e uno spirito di rivalsa che non è stato piegato, delle bellissime aspirazioni ricamate su di un terreno culturale florido dove, in anni passati, in anni senza regime, si è riuscito a coltivare un sapere che adesso viene negato, offuscato e revisionato da un regime oscurantista e mi sono posta in ascolto ancora una volta perché si può dare se si è ricevuto e si può regalare la conoscenza con poche frasi, piccoli concetti esercitati nel quotidiano, così come facciamo nelle nostre classi e nella pluralità degli interventi, così come vuole vietare il nostro governo a favore d’una visione unica, d’una prosopopea arrogante d’un governo d’elite, d’una società oligarchica fatta per pochi.
Dagli occhi e dai pensieri dei gruppi in marcia, molti e di tantissime città e regioni, ho percepito una voglia di non mollare, una capacità concreta di poter ancora cambiare le sorti d’un Paese e la determinazione di non dire ai nostri figli di andare all’estero perché questo Paese muore ma, di convincerli a restare e lottare con noi e per una vera italianità, non quella che ci spacciano in cambio di giochetti di potere e affari più o meno sporchi di lobby ben consolidate.
Un’ultima riflessione… la famiglia, le feste organizzate dalle organizzazioni religiose – no profit?? – non si occupano “realmente” d’una società alla giovanile destinata al nulla e di un’intera fascia giovani che, se le cose non cambiano, saranno cresciuti come schiavi d’un moderno sistema di pensiero unitario… e la maternità e paternità consapevole? E le scelte consapevoli? E le pari opportunità?
Quando l’esigenza di far guadagno prevarica la necessità di far chiarezza allora tutto è lecito, i concetti rimangono tali e i giovani di serie B, coloro i quali non possono accedere a studi privati – quasi sempre presso collegi cattolici – allora tutto è possibile e le attese vengono lasciate a un oremus e un monitello a mezza voce dall’angelus domenicale.
Tutti possiamo lavorare insieme per cambiare le cose e i crocifissi presenti o assenti dalle scuole pubbliche dovrebbero rappresentare una minima entità rispetto ai cambiamenti epocali che stanno avvenendo ma, come sempre, tutto tace.
Io no.

C’ero, ho scelto d’esserci e con cognizione, ho testimoniato la mia volontà di cambiamento consolidata nei fatti, ho scelto un gruppo di cui far parte e ho anche scelto di far confluire la mia individualità nella collettività d’un gruppo che tende verso un reale bene comune… ideali, meglio averli che piegarsi supinamente o aspettare di vagare nel deserto in attesa della Terra promessa.
Sono scelte che toccano tutti i cittadini di questo Stato disuguale, xenofobo e smemorato, che dimentica i valori da cui è sorto e la gente che l’aveva affossato e la Costituzione pulsa ancora di quel sangue che ha garantito oggi a me di dire ciò che penso e il mio debito morale, il nostro debito morale, non si è chiuso nella veste d’una modernità e d’una velocità che lascia dietro se i corpi di vittime del lavoro non tutelate, d’un lavoro sempre più debole e precario, figli d’un Libro bianco che ha migliorato solo la vita dei potenti schiacciando miseramente le neo aspirazioni d’una fascia giovanile in fuga per sopravvivere.
Una società ottocentesca, quasi alla Dickens, una politica alla Smith e una pretesa d’essere acclamati e seguiti come eroi della Patria o dittatori d’altra storia… questa è la storia moderna, questo è il nuovo profilo e il pensiero che cambia e che viene snaturato è l’epilogo di questa vicenda, una socialità rassegnata al peggio perché quello può avere e, alle contestazioni con un capo treno per condizioni di viaggio da terzo modo e liquidi non meglio identificati versati al centro di scompartimento e coperti da giornali, altri passeggeri, altri paganti, si sono lamentati delle contestazioni per ottenere un luogo dignitoso.
“Per quello che ha pagato!” mi è stato detto… fosse stato anche un euro, era mio diritto ugualmente rimanere in un luogo sano.
Pensiero snaturato e il meno che diventa sempre meno perché tollerato, giustificato, posto come normale… questa è la nostra socialità e la mancata formazione di menti critiche e aperte ad opera d’una scuola articolata con un sistema modulare, porterà ancora una volta all’accettazione di un degrado sempre più grande e d’una dimensione d’annullamento della componente umana.
Pensiamoci, siamo ancora in tempo e non permettiamo di far procedere questo barcone di Cortes moderni e lo sterminio d’attuale società come avvenne con quella degli Inca.
Io ci credo, e voi?
Rivisto, corretto e pubblicato:

Pippi, Lilli e Michelle con Obama… Sembra quasi un pranzo del bel mondo, una cena da prima d’un qualcosa ma, in realtà, sono gli amici del circuito di Pet Therapy, inconsapevoli della loro utilità nella disabilità e istintivi quanto gli allievi con cui lavoro o la mia stessa natura espressa nella totale naturalità.
I cuccioli con cui lavoriamo durante gli incontri, non mediano così come non riescono istintivamente a mediare, gli allievi che seguiamo individualmente e, nonostante i tagli del Governo e le possibilità che vengono sottratte agli allievi diversamente abili, giorno dopo giorno, le offerte conoscitive che offrono questi piccoli amici sono input, meccanismi che si allargano, spiragli di luce nel buio totale e un prestare e un prestarsi all’altro in modo comunicativo e interattivo.
Ci aiutano a uscire dai labirinti della paura in cui spesso ci troviamo intrappolati e sciolgono il dolore a livello inconscio sino alla totale parcellizzazione di quest’ultimo e la sua risoluzione.

Beh, siamo tutti in terapia, grandi e bambini, disabili e meno “apparentemente” disabili e una dolcissima futura mamma, Ramona, che con il suo pancione offre Michelle e Obama alle piccole e ansiose mani dei bambini.
Continua la Pet therapy per i piccoli della nostra scuola e insieme continuiamo a lottare presso le istituzioni; ogni incontro in più segna, per i disabili, una difficoltà in meno.
Abbiamo ottenuto con tre diverse mobilitazioni solo cinque incontri … mi tocca escogitare qualcos’altro o il tutto finirà qua…
Penso e poi vi dico!

[…] Il ricordo più vivido che egli ha di lei nella vita che ha vissuto come suo figlio è dell’epoca in cui lui aveva dodici anni. Lui, il fratello Kevin e quella donna si erano trasferiti nel Maine perché lei potesse prendersi cura dei suoi genitori. La nonna era vecchia e costretta a letto. L’arteriosclerosi l’aveva rimbambita e, per colmo di sventura, l’aveva resa cieca.
Felice ottantaseiesimo compleanno. Che bell’età! E lei giaceva a letto tutto il giorno, cieca e rimbambita, portando grandi pannolini e mutande di gomma come i neonati, incapace di ricordare che cosa aveva mangiato a colazione ma in grado di recitare tutti i nomi dei presidenti su su fino a Ike. Così, le tre generazioni della famiglia avevano convissuto in quella casa dove lui aveva di recente trovato le capsule (sebbene entrambi i nonni siano ormai morti da un pezzo) e a dodici anni lui aveva cominciato a fare l’impertinente al tavolo della prima colazione, su che cosa non ricordava, ma su qualcosa, e sua madre stava lavando i pannolini intrisi di piscia della nonna per poi farli passare nella centrifuga della vecchia e antiquata lavatrice. Si era girata e l’aveva colpito con uno di quei panni, e il primo colpo dato con il pannolino bagnato e pesante aveva rovesciato la sua tazza di fiocchi di grano e l’aveva mandata a roteare attraverso la tavola come una trottola azzurra, e il secondo colpo gli aveva frustato la schiena, senza fargli male ma gelandogli l’impertinenza sulle labbra, e la donna che ora giaceva in quel letto l’aveva colpito a più riprese, dicendo: Tieni chiusa quella boccaccia, non c’è niente di grande in te per ora salvo la bocca perciò tienila chiusa finché non sarà cresciuto anche il resto, e ciascuna parola era accompagnata da una frustata data con il pannolino bagnato della nonna (SCIAC!) e ogni altra smargiassata che lui avrebbe potuto dire era semplicemente evaporata. Non c’era una sola possibilità di continuare a parlare come se niente fosse. Quel giorno, e per sempre, lui aveva scoperto che non c’è niente di così perfetto, per riportare nella giusta prospettiva l’impressione che un dodicenne ha del suo posto nell’ordine delle cose, dell’essere battuto ripetutamente sulla schiena con un pannolino bagnato della nonna. Aveva impiegato quattro anni per imparare di nuovo l’arte di darsi delle arie. […]
Stephen King – A volte ritornano –1978
Duci in dialetto siciliano è sinonimo di dolce, assonanza intuitivamente identificabile anche con la lingua nazionale ma, spesso, con terminologia variegata e adattabile a diverse situazioni.
Termine usato per cose e persone o per indicare i dolci della tradizione, tanti in qualità e lavorazione, di fattura localizzata e con ricette modificate a seconda dei luoghi, delle frazioni, dei paesi e dalla sapienza di pasticceri classici che attingono dalla versatilità di questa terra, dei suoi prodotti e che trasformano con arte e creatività.

Dalla Sicilia agricola traiamo il pistacchio, da quella dedita alla pastorizia la ricotta e poi le mandorle, le nocciole da cui viene la pasta martorana e tanto altro ancora.
Stamane presso il Palazzo dei Minoriti si è tenuta la mostra mercato di “Dolci e biscotti della Provincia di Catania” a cura di Mariella Consoli e Marcella Privitera e il passaggio fra il tepore di via Etnea e l’odore forte di pistacchio, e varie essenze, ha segnato un salto quale può essere quello fra un luogo tranquillo e un ricordo antico che pian piano fa riemergere le tradizioni adottate per noi dai nostri genitori; la domenica in famiglia del padre, mio padre, che dava – fra un ammonimento e un altro – il dolce della domenica, per ricordare che la vita è amara e che qualche nota di dolcezza è difficile da ottenere e, quando arriva, bisogna aspettarla e assoporarla a lungo - una settimana per noi bambini di quel tempo – e poi gustarla piano perché ciò che arriva finisce sempre o prima o poi.

Quelle domeniche sono ritornate nella mia mente e, per carpirne il significato, è bastata l’essenza di quei dolci e di quel luogo, oltre il solitario e disperato bisogno d’essere capiti.
Ancora una volta il tenero viso d’un uomo anziano, mio padre, con la mano nella mano al mio bambino mi ha guidata come in quelle domeniche.
Quelle domeniche non sono mai terminate e la mostra mercato mi ha offerto una visione di me che avevo dimenticato, più dei dolci acquistati o gustati con interesse.
Nel chiostro era possibile visitare un’interessante mostra di presepi realizzati con diverso materiale e differenziate tecniche oltre che pittori e scultori della tradizione.
Dolci e biscotti vi aspetta sino alle ventidue… è un’opportunità, andate.

Invito ad Aperitivo Culturale.
Venerdì 18 Dicembre presso l’ISPASA di via Alberto Mario 32, il Maestro Agatino Scuderi terrà il suo concerto di chitarra classica alle ore 18, 30.
Totalmente rinnovato il suo repertorio che si estende da M. Llobet a F. Tarrega, da R.S. de La Maza a vari pezzi Sud-americani quali il Paesaje Aragueno ad Ana Florencia ed ancora Cancion, Merengue e Adios Maripositas.
Chi ama lo stile, e si trova a Catania, e soprattutto vuole attraversare una gamma d’emozioni di vario calore e molteplice intensità, può scegliere di partecipare e rifornire il proprio animo di nuove tonalità emotive.
Presento la serata!
Talento e versatilità associate al mio impacciato balbettare… come andare al circo e vedere i trapezisti che vengono introdotti dai clown.
Ho già fatto l’esperienza e hanno chiesto il bis del talento del maestro e acclamato le scivolate da foca mie ma, questa è storia, meglio non pensarci.
Ai caduti della vita come delle guerre, alla fine d’ogni cosa, con rispetto un doveroso silenzio è d’obbligo e una fine giustificata d’ogni ricordo o sollecitazione del medesimo.
Una attenzione prolungata sugli accadimenti passati o futuri da origine, solo ed esclusivamente, ad uno sputtanamento oltre misura.
Silenzio.
- Ah signor professor Y, io voglio portarle rispetto e tutto quanto… ma glielo dico subito: sono contrario!… io non ho idee! Neanche mezza! Per me non c’è niente di più volgare, di più ordinario, di più disgustoso delle idee! Nelle biblioteche ne trova a iosa! E nei caffè!… tutti gli impotenti traboccano di idee!… e i filosofi! … le idee sono la loro industria!…
si ruffianano i giovani con quelle! Se li smanacciano!… i giovani son pronti a buttar giù qualsiasi cosa… per loro tutto questo è: formidaaaabile! Cosi gli riesce facile a quei pappa! L’appassionata stagione della giovinezza passa ad arraparsi e a farsi gargarismi di “ideaae!” … di filosofie, per meglio dire … si, di filosofie, caro signore!
Tratto da Colloqui con il Professor Y di Cèline