L’immaginario di un bambino passa e attraversa immense distese, in pensieri e concretezza; corre sopra la possibilità d’ogni uomo di poter vedere o solo intuire i confini della fantasia.

Quest’ultima per definizione senza limiti.

Sberequeck è un verso che diventa parola: è il linguaggio giocondo che diventa misura della sofferenza di un bambino, è urlo, è ricerca d’attenzione del mondo adulto, di quello genitoriale, è esorcismo alla paura.

Così mentre la malattia avanza e cancella le possibilità d’integrazione effettiva e “normale”, con il mondo, per Sberequeck si fa avanti il mondo della fantasia, e comincia a circondarsi di amici e nella notte – momento di maggior paura nell’immaginario infantile –  e di un pellicano tutore, d’un albero in grado di proteggerlo dal mondo esterno e della compagnia e l’affetto di chi può prendersi cura di lui.

Sberequeck fa un salto nel buio e diventa un disabile in un mondo che non lo aveva preparato a esserlo e viene istituzionalizzato, riducendo di fatto il suo contatto con l’esterno: un bambino vivace, un po’ “gnucco”, come si definisce,  ma con una gran voglia di dare, per esistere, per esserci, per testimoniare il suo passaggio.

Con un sacco e una sporta - espressione ricorrente – di fantasia,  impara a volare insieme al suo pellicano e riesce a valicare i limiti del poter essere e del saper accettare il proprio tempo, la propria misura e le sue residue capacità.

Tutto con la sua immensa voglia di far ridere.

La favola Sberequeck  di Massimo Baraldi è contenuta nell’antologia Il rumore degli occhi, pubblicato da Edizioni Creativa